ERYTHEIA, REVISTA  DE  ESTUDIOS  BYZANTINOS  Y  NEOGRIEGOS.
Vol. 32 (2011), MADRID, pp. 462 – 467
Alda Giambelluca Kossova,  Ad erudiendam fidelium plebem. Esegesi dei primi sunti scritturali paleoslavi (ss. IX-XI), Caltanissetta: Ed. Lussografica [Collana del Centro Cammarata di San Cataldo,  Scrinia - 8], 2010, 112 pp.


Gli studiosi che si sono interessati all’interazione culturale e linguistica di Bisanzio con le popolazioni limitrofe, specialmente con i popoli slavi, debbono molto all’infaticabile e fecondo lavoro scientifico della prestigiosa slavista italiana professoressa A. Giambelluca Kossova, giacché i suoi numerosi e importanti studi sulle letterature paleoslave – bulgara e russa – illuminano e costituiscono un prezioso aiuto per la comprensione del forte legame culturale e linguistico fra i mondi bizantino e slavo.

Fin dal primo lavoro della professoressa A. Giambelluca Kossova, al meno per quanto a mia conoscenza, il suo magistrale lavoro Sulle lettere (O pismenech’) dell’enigmatico “Monaco Ardito” (Černorizec Chrabăr), appartenente al circolo dello zar Simeone di Bulgaria, composto nel 880 ca. e pubblicato dalla Accademia delle Scienze di Bulgaria (1980), fino a giungere a questa recente esegesi dei primitivi sunti scritturali paleoslavi dei secoli IX-XI, editata con grande cura e attenzione, l’autrice con le sue rigorose edizioni, traduzioni e studi di testi slavi fondamentali ci ha reso accessibile il loro approccio diretto. Citerò soltanto alcuni: Visio Isaiae (versione paleobulgara), inserita nel Corpus christianorum. Series Apocryphorum, vol. 7 (Brepols 1995), Cronaca degli anni passati (Povest’ vremennych let) di Nestore l’Analista (Milano 2005); Vitae dei santi martiri Boris e Gleb, del principe Alexandr Nevskij e del venerabile Feodorij Pečerskij, raccolte nel volume Alle origine della Santità Russa (Milano 2007). La splendida monografia All’alba della cultura russa. La Rus’ kieviana (862-1240) (Roma 1996) indispensabile per comprendere e penetrare nei testi che hanno alimentato la creazione dell’humus che più tardi avrebbe dato luogo alla creazione dei capolavori della letteratura russa, da Puškin a Gogol’ e Dostoeskij. In Da Mosca all’impero degli zar. Letteratura e Ortodossia nella Rus’ Moscovita (1240-1700) (Roma 2001), lavoro che viene a completare la già menzionata monografia, ci offre un esaustivo studio filologico dei testimoni letterari e storici che accompagnarono la nascita e il progressivo consolidamento della civiltà ortodossa moscovita, studiati in stretta connessione con l’evoluzione spirituale dei territori russi al fine di ricostruire il graduale apogeo di Mosca e il suo assurgere a capitale di uno degli imperi maggiori e più significativi della storia dell’umanità. In questa veloce panoramica della bibliografia della professoressa Giambelluca Kossova non posso non menzionare un altro suo magistrale lavoro, edito da Sellerio (Palermo 1996), Da Mosca a Firenze nel Quattrocento. Si tratta dell’edizione di un anonimo testo russo il cui titolo originale recita Viaggio al concilio di Firenze (Choždenie na florentinskij sobor), narrazione che illumina le peripezie della delegazione russa al concilio di Ferrara-Firenze capeggiata dal famoso metropolita Isidoro di Kiev e Mosca, convinto che l’unione con Roma avrebbe potuto salvare il moribondo impero di Costantinopoli. Questa affascinante e completa relazione (dalla partenza della delegazione da Mosca nel settembre 1437 fino al suo rientro a Suzdal’ tre anni più tardi), s’identifica con il primo testo apportatore nella Rus’ moscovita di informazioni dirette sull’Europa occidentale.

Nel volume che recensiamo, l’autrice ricupera un insieme di testi fondamentali per meglio comprendere il rapido e profondo processo di inserimento dei popoli slavi nella civiltà ortodossa dopo la loro tardiva conversione al cristianesimo fra la fine del IX e l’inizio del X secolo, all’epoca del Primo impero bulgaro, e l’espansione della fede cristiana al mondo russo grazie al battesimo del principe Vladimir Svjatoslavič nel 988. L’evangelizzazione e la penetrazione della cultura tra i popoli slavi fu veicolata attraverso il clero greco e germogliò negli scriptoria di Preslav e di Ocrida, prima, e di Kiev dopo. Nell’arco di poco più di un secolo e mezzo, con il passaggio della letteratura neotestamentaria ed ecclesiastica greca allo slavo, prese l’avvio uno dei fenomeni di civilizzazione fra i più straordinari. Il fascino esercitato dal prestigio della tradizione bizantina dei secoli IV-VIII, basato su un immenso patrimonio culturale e spirituale, spiega il rapido accoglimento e lo sviluppo immediato della civilizzazione scritta “alla greca”, ma in lingua vernacolare, da parte dei neofiti slavi. La diffusione dei Vangeli e del Salterio in lingua slava fu il primo lavoro di traduzione irto di difficoltà, soprattutto per la mancanza di una versione integrale in slavo della Bibbia, che solamente alla fine del XV secolo, grazie al lavoro dell’arcivescovo Genadij di Novgorod, vedrà la luce. Il libro di Alda Giambelluca giunge per sciogliere il grande interrogativo di come si pervenne all’acquisizione della conoscenza dottrinale occorrente per un radicamento e una crescita sì rapidi del Cristianesimo fra gli Slavi. Fino ad ora si coltivava la convinzione dell’esistenza di racconti semplici e comprensibili finalizzati all’addottrina-mento dei fedeli nei principi essenziali della nuova fede, in grado di trasmettere informazioni adeguate ed utili per comportarsi da buoni cristiani.

E’ noto, ad esempio, che in epoca comnena esistevano una specie di compendi iconografici con funzione principalmente pedagogica. Una conferma sono gli esaustivi cicli di Storia Sacra dei mosaici della Cattedrale di Monreale e della Basilica di San Marco in Venezia. Risulta evidente supporre che il primo clero autoctono propriamente slavo – interamente di formazione bizantina -, dopo il consolidamento dell’autocefalia ecclesiastica sia bulgara che kievina, si ispirasse a semplici epitomi pedagogici (simili per funzione ai cicli musivi citati) per diffondere più facilmente e con precisione la conoscenza della historia salutis fra la massa dei fedeli neofiti. I risultati della ricerca delle tracce di questi epitomi è quanto ora ci offre Alda Giambelluca con questo lavoro.

Il primo testo che Giambelluca propone quale primo vero catechismo paleoslavo si deve, presumibilmente, a Clemente d’Ocrida, uno dei “sette santi” venerati nella chiesa bulgara come fondatori della liturgia slava (insieme a Cirillo, Metodio, Sava, Naun, Gorazd, e Angelario). Clemente si era formato sotto la guida di Metodio e insieme prepararono la missione in Moravia. Lo zar Simeone lo collocò al comando della diocesi di Ocrida, elevandolo a “primo vescovo di lingua bulgara”, come lo definisce Teofilatto di Ocrida nella sua Vita. Clemente, dalla sua posizione privilegiata, seppe organizzare presso lo scriptorium di Ocrida l’ingente lavoro di traduzione dal greco in paleoslavo dei primi testi ecclesiastici, oltre a cimentarsi quale autore (creando una cinquantina di omelie e diciotto panegirici), anche dell’eccezionale Vita Methodii (VM). Come dimostra la nostra autrice il primo capitolo della VM in realtà è un magistrale prologo della stessa e nel contempo possiede una funzione didattica assai precisa che lo muta in un autentico catechismo. Questa nuova rilettura del contenuto e della funzione del famoso Prologo della VM è frutto di una minuziosa e innovativa rilettura dell’intera opera, la cui esigenza scientifica fu stimolata da un congresso internazionale che aveva per tema l’attività di Cirillo e Metodio e la cultura bulgara dei secoli IX-X tenutosi a Sofia nel 2005 e organizzato dal Centro di ricerche Cirillo-Metodiane dell’Accademia Bulgara delle Scienze. La professoressa Giambelluca Kossova ha compiuto una ricerca ermeneutica coerente, rigorosa e sopratutto convincente di una parte della VM, insolitamente estesa (almeno per quanto attiene a un prologo) che occupa, in realtà, la quarta parte di tutta l’opera. L’autrice dimostra che questo così detto prologo può possedere una esistenza autonoma e indipendente dal resto dell’opera che lo ospita. Tradizionalmente si considerava che questa unità testuale fosse il “primo capitolo” della VM; per le ragioni che l’autrice argomenta lungo il suo studio, il termine “prologo”, malgrado la sua inusuale estensione, s’accorda meglio con il contenuto. Non si conosce con sicurezza l’autore della Vita di Metodio, l’apostolo tessalonicese degli slavi (ca. 810/820-885), ma è sufficientemente provato che la VM è uno dei testi attribuiti con grande sicurezza a Clemente d’Ocrida, anche se il più antico manoscritto pervenutoci che tramanda la VM (Žitie Mefodija Moravskogo) è il famoso menologio russo di fine XII – inizio XIII secolo: il Uspenskij sbornik (ff.102-109v), codice importantissimo per il numero e la varietà di componimenti (quarantanove) che offre, siano essi agiografici che omiletici, slavo-orientali e paleoslavi, in gran parte traduzioni dal greco, ma anche opere originali[1]. L’autrice ha diviso il testo in paragrafi, aggiungendovi i rispettivi titoli, con una funzione orientativa, che consente di visualizzare con nitidezza le diverse unità tematiche in cui si articola la complessa struttura di questo “prologo”, suscettibile – insisto – d’aver costituito un’autonoma epitome catechetica.

Il secondo testo, posteriore di due secoli al precedente, l’autrice adeguatamente denomina una (sui generis) Biblia pauperum russa. Si tratta, invero, di un passo della Cronaca degli anni passati o Prima cronaca russa (Povest’ vremennych let) attribuita a Nestore l’Analista[2], monaco del Monastero delle grotte di Kiev (ca. 1050-inizio s. XII) che costituisce la più importante fonte narrativa per la storia della genesi della Rus’ kievana e delle relazioni di questa con Bisanzio. Il brano in predicato, conosciuto anche come il Discorso del filosofo, abbraccia il periodo fra l’Anno 6493 dalla creazione del mondo (cioè 985 d.C.) e il 6496 (988 d. C.) arco in cui il cronista colloca la narrazione degli accadimenti che indussero il principe Vladimir ad abbracciare la fede cristiana non prima di aver ascoltato il discorso, ossia la reč’ Filosofa, vale a dire ῥη̃σις φιλοσόφον, del filosofo cristiano, ovviamente greco di nascita e solo dopo aver sentito anche i discorsi degli emissari delle altre religioni (cioè ebraica e musulmana). L’intenzione pedagogica del passo centra due fini fondamentali: uno strutturale, interno all’economia della Cronaca, e l’altro a carattere religioso e politico. I Russi, popolo giovane e appena convertito, non conoscevano la storia dell’umanità e avevano la necessità di consolidarsi quale etnia per mezzo della fede. Esigenze d’ordine pratico imponevano di assicurare loro una Historia salutis chiara, edificante e ortodossa sotto il profilo dottrinale. Quasi due terzi dell’esposizione, o dell’argomentare del Filosofo consiste in un’accurata selezione di brani dalla Genesi e dall’Esodo, che, intrecciati con grande maestria narrativa agli elementi chiave del Vecchio e del Nuovo Testamento, sintetizzano la storia dell’umanità prima di fondersi con la sintesi finale dell’incarnazione di Cristo e la redenzione. In assenza, come abbiamo segnalato prima, di una Bibbia in slavo, Nestore si produce in un complesso mosaico teologico carico di eloquenza descrittiva, realmente visibile, atto ad infondere nei fedeli, e con chiarezza assoluta, il messaggio perseguito. Entrambi i componenti della Cronaca di Nestore raggiungono una perfetta armonia narrativa grazie all’impeccabile intreccio di excerpta da altri libri biblici quali Osea, Geremia, Ezechiele, Malachia, Amos, Michea, Baruc, Zaccaria, Esdra e, sopra ogni altro, da quello di Isaia, oltre alle opportune citazioni dai Salmi. La maestria di Nestore nel selezionare i brani scritturali, come ben spiega l’autrice, assicurava all’auditorio una comprensione perfetta della quintessenza di ciò che aveva significato per il popolo della Rus’ la non tanto lontana conversione del suo principe alla nuova fede. Mancando ancora una Bibbia in slavo, si poteva ricorrere unicamente a queste immagini didattiche e dottrinali costruite attraverso il, già allora, nutrito corpus del Salterio, dei Profeti e del Nuovo Testamento in paleoslavo. Questo capitolo è debitore del corso monografico sulla Biblia pauperum russa che col titolo “Scrittura e scritture nella Rus’ di Kiev” l’autrice ha tenuto presso Ateneo di Palermo nell’Anno Accademico 2003-2004.

La terza e ultima parte di questo libro è uno studio illuminante sulla riflessione iconografica di quanto, basandosi sui brani scritturali citati da Nestore, l’autrice denomina Biblia pauperum. Il Paterikon di Kiev già testimoniava che per la decorazione del grandioso mosaico della grande Chiesa della Dormizione, eretta nel perimetro monastico del Pečerskij, il suo igumeno Nikon (1074-1088) fece venire delle maestranze da Costantinopoli; la medesima fonte informa che nella sagrestia del monastero si custodivano i “rotoli e quaderni” di detti artisti. Questi termini alludono, senza dubbio, a rotoli di pergamena e a fascicoli che contenevano schemi, schizzi e argomenti iconografici da sviluppare nella decorazione pittorica e musiva. L’accurata e rigorosa selezione dei motivi e dei lemmi illustrativi dei brani scritturali di fattura prettamente bizantina, diffusasi da Oriente ad Occidente, raggiunse anche il territorio russo appena convertito al Cristianesimo. Tutti i cicli iconografici noti della Russia, a iniziare da quello con cui fu decorata la chiesa di Santa Sofia di Kiev, eretta da Jaroslav il Saggio fra il 1037 e il 1067,- con la loro profonda e coerente logica interna confermano l’esistenza di un clero dalle solide conoscenze teologiche che di certo ha vigilato sullo scrupoloso rispetto delle Scritture nella realizzazione delle singole scene che si contemplavano in questi monumentali insiemi. La tesi di Giambelluca Kossova è che Nestore l’Annalista trasse da tali strumenti di lavoro delle maestranze bizantine, conservate nella sagrestia del monastero Pečerskij, il filo conduttore della sua originale ed efficace sintesi scritturale destinata all’educazione dei fedeli, in modo che il suo testo risultasse concettualmente parallelo alla esaustiva decorazione figurativa dei grandi templi. La nostra autrice riesce a stabilire la piena correlazione fra questo doppio programma catechizzante – testuale e visivo – e il monumentale insieme musivo arabo-normanno del Duomo di Monreale, costruito durante il regno di Guglielmo II, nonché la sua affinità tematica con l’iconografia dei mosaici della cattedrale di Cefalù e della Capella Palatina in Palermo. Sorprendenti risultano le correlazioni tematiche, quasi ad litteram, fra il testo della nestoriana Biblia pauperum e le rappresentazioni parietali dei mosaici di Monreale: sebbene si tratti di due mondi distanziatisi a causa dello scisma del 1054, risultano congiunti, tuttavia, nella sublimazione del medesimo messaggio salvifico.

L’ autrice propone altresì un magnifico florilegio di queste correlazioni tematiche fra le pagine del testo russo medievale e la sorprendente Bibbia musiva che decora la basilica di Monreale. Le quarantasette illustrazioni riproducono le cromolitografie dell’encomiabile fatica di Domenico Benedetto Gravina, Il Duomo di Monreale illustrato e riportato in tavole cromolitografiche, edito in Palermo (1859-1869) in due volumi di grande formato.

Pedro  BÁDENAS  DE  LA  PEÑA

Traduzione italiana Prof. JUANA GUILLEN Ateneo di Palermo

 

[1] Cfr. Alberto Alberti, Il Codice Uspenskij: analisi della struttura e riflessioni critiche, “Studi Slavistici” 2 (2005), pp. 7-33.

[2] In lingua spagnola disponiamo dell’eccellente traduzione di Ángel Luis Encinas Moral, Néstor. Relatio de los años pasados, segúla ia Crónica Laurenciana (1377),Madrid: Miraguano Ediciones, 2004

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