Sulle lettere di Černorizec Chrabăr

Il trattato Sulle lettere di Černorizec Chrabăr, al centro dell’attenzione degli studiosi da quasi due secoli, vanta una bibliografia di inusitata mole. Componimento unico, per quanto è dato sapere, del suo estensore, si è comunemente concordi sul tempo (fine IX – inizio X secolo) e sull’ambito della sua stesura (Scuola palatina di Preslav).

In un momento di vitale importanza per il definitivo affermarsi della nascente civiltà scrittoria del Primo impero di Bulgaria, primo nucleo fondante della tradizione letteraria della futura Slavia di fede ortodossa, l’opera di Chrabăr poneva le basi della tradizione apologetica della letteratura cirillo-metodiana. Simeone I di Bulgaria, trionfatore sulle milizie bizantine, aveva da poco decretato l’indipendenza della Chiesa nazionale ed elevato il suo arcivescovo al rango di patriarca, non prima di aver bandito l’uso del greco, soppiantato dal paleobulgaro, proclamato lingua ufficiale dello Stato e della Chiesa, e di fatto equiparato alle lingue sacre (ebraico, latino e greco).

Nel giugno del 1973, relatore Angiolo Danti, veniva discussa la tesi di laurea Proposta per l’edizione critica del trattato “Sulle lettere di Černorizec Chrabăr” presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo di Perugia. Nasceva dall’esame dell’intera tradizione manoscritta (i complessivi 74 testimoni allora noti) alla luce delle più recenti acquisizioni della critica testuale.

L’edizione critica dell’opera, invece, usciva poi a stampa nel 1980. La recensio, accresciutasi nel frattempo, contava 83 manoscritti. Il textus constitutus, avendo avuto la tradizione uno svolgimento a tre rami, salvo rarissime eccezioni, procede da concordanze stemmatiche. L’apparato, trattandosi della prima edizione critica di un testo paleoslavo, è positivo. E contrariamente alle consuetudini generali, anche a rischio di appesantirlo, accoglie pure le lezioni proprie dei 19 codices descripti individuati all’interno della tradizione manoscrtitta.

Le note dell’apparato, per lo più a carattere esplicativo, sono pittosto scarne e di frequente rimandano all’Ordinamento della tradizione che accoglie l’articolata discussione delle varianti e le motivazioni che hanno guidato le scelte editoriali.

Alle due rielaborazioni del Trattato – la più antica slavomeridionale, dal testo gravemente sfigurato per l’evidente incapacità di decifrare il senso di un dettato alto, denso di notizie, dati e nomi, attestata in due manoscritti; l’altra, russa, tramandata da tre testimoni, che nell’evidenziare l’intenzionalità di selezionare esclusivamente informazioni sulla genesi della scrittura slava e i dati atti a confutare la pretesa della superiorità dell’alfabeto greco, palesa la sua nascita a fini didattici – sono riservati appositi spazi, sia per l’esaustiva valutazione delle rispettive peculiarità, che per le edizioni in sinossi dei relativi testi.

Il Glossario-indice, che accoglie tutte le lezioni registrate nell’intera tradizione manoscritta, è stato curato dalla Prof. EKATERINA DOGRAMADŽIEVA, già all’epoca illustre linguista e paleoslavista dell’Accademia delle Scienze di Sofia.

In Appendice al volume è stato aggiunto il profilo critico del Codice Petruševič, della cui esistenza si è avuta contezza nell’imminenza dell’uscita del volume. La perfetta condivisione di tutte le caratteristiche del nutrito gruppo tardorusso (ramo γ, antigrafi ε e ν) ha permesso il suo inserimento anche nello stemma codicum.

Con gli anni diverse importanti scoperte hanno allargato notevolmente la recensio e i numerosi nuovi testimoni, trovando immediata collocazione all’interno dello stemma codicum, confermavano che la trasmissione del componimento era proprio quella tracciata nell’edizione. Fra i tanti, proprio per aver visto la luce in una scuola (l’Università Statale di Minsk) certo non favorevole alla metodologia della critica del testo, vanno segnalati i nove manoscritti ritrovati nelle collezioni di Mosca, San Pietroburgo, Odessa e Jaroslavl’ scoperti e inseriti direttamente nello stemma da Ja. Trembolovskij – cfr. il suo Drevnebolgarskij pamjatik “O pismenechă črănorizca Chrabra”, “Palaeobulgarica”, 13, 1989, 4, pp. 68-90.
A distanza di tre decenni dal licenziamento dell’edizione, che come tutte le edizioni critiche è ben soggetta a miglioramenti, l’auspicabile nuova edizione, che tenga conto dei dati offerti dal notevole ampliamento della recensio, tarda ad affacciarsi. E a onore del vero il panorama generale sembra tutt’altro che promettente.

Le pretese pagine a carattere ecdotico, che si sono pure susseguite in questi anni, per lo più disattendono i pricìpi della critica del testo, scivolando in ragionamenti che si astraggono dalla realtà testuale. Quando non finiscono per essere inficiate dal deprecabile malvezzo che s’affanna ad accreditare la genuinità certa (?!) di lezioni isolate, prive di peso specifico e delle quali non è proprio possibile valutare l’autorevolezza a causa della perdita definitiva di un immaginario (in quanto in nessun modo testimoniato!) “intero ramo della tradizione”.

Giova rimarcare con forza, auspicando che il concetto trovi la sua definitiva e condivisa accettazione nell’ambito della Slavistica, che l’edizione critica, o il textus constitutus, aspira ad avvicinarsi il più possibile al testo d’autore, mai ad identificarsi col suo originale.

indice del volume

 

 

 

 

 

 

 

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